Presentazione del mio lavoro

 

Il lavoro al tornio e la continua ricerca di colori e superfici costituiscono il moi laboratorio empirico. È il luogo dove sperimento, fallisco e scopro, ripeto e ri-ripeto. Così il mio percorso da autodidatta mi ha fatto scoprire che le forme che realizzo si trovano sia dentro di me sia nella terra, e che esiste uno stretto legame tra i miei stati d’animo e le tecniche che scelgo per lavorare. Gli oggetti che ne risultano sono il frutto di tutti i lavori e prove precedenti e di tutte le sensazioni-pensieri-emozioni che mi attraversano o mi abitano durante.  E ogni lavoro non è altro che un allenamento per il prossimo.

 

Il mio lavoro si sviluppa su diverse vie parallele che si nutrono a vicenda:

Da una parte la ceramica utilitaria al tornio, in grès piuttosto fine e dagli smalti colorati, di cui cerco anche di curare l’aspetto funzionale e la varietà man’mano che progredisco: ciotole, tazze da tè e da caffè, teiere, brocche, piatti, insalatiere, ecc. Il tornio è il lavoro dell’immobilità dove ci si può lasciare attraversare da ogni senzazione, mentre si sta immersi nell'immobilità delle mani chr scivolano sull’argilla e la foggiano con pressioni e respirazioni. Privilego il grès per la sua durezza, il suo aspetto da pietra fusa, e mi piace anche la porcellana per la sua finezza e traslucidità alla luce, così come la sua purezza che mi piace contrastare con smalti vivaci.

 

D’altra parte modello gli oggetti a mano, a cominciare dalle ciotole ”pinzate”, che sono una delle mie specialità. Una tecnica che ho affinata nel corso degli anni e che, in seguito all’acquisizione del tornio, si è come liberata dal desiderio di perfezione utilitaria. Così le ciotole pinzate diventano sempre più libere ed estetiche dal fatto che ho cessato di correggerle, rivelando in sé una dinamica organica, una specie di tensione. Modellare una forma a partire di una palla di argilla, senza niente togliere né aggiungere, faccendola crescere tra il pollice e l’indice fino a diventare fine e slanciata, e farla diventare una ciotola che, oltre ad essere utilissima nella vita quotidiana, è senza dubbio uno degli oggetti più antichi ed elementari dell’umanità, tiene del simbolico e del sacro. È come un gesto rituale, ripetitivo e regolare che, tramite la mano umana, vorebbe unire il cielo e la terra, lo spirito e la materia. Un gesto umile che si rinnova da millenni.

 

Ecco da dove viene la passione. Di lì ad aggiungere colombini, fare dei vasi, delle sculture, e commincio a scoprire le forme e le superfici che sento confusamente in me e che la terra mi suggerisce: forme organiche, voluttuose e sensuali, strette d’amore, pieghe d’angoscia. Spesso questi lavori vengono accuratamente lisciati e levigati, con legno, ciotolo, e agata. La mia ceramica è lenta, meditativa e solitaria, centrata sul mio mondo interiore, ma costituendo per me un legame verso il mondo esterno, una forma di comunicazione, un luogo dove posso vivere.

 

In realtà sono alla ricerca di una ceramica ideale, le cui forme e colori esprimerebbero la poesia dell’acqua e della roccia, come un torrente scintillante nel fracasso. Una ceramica che assomiglierebbe ai sassi dei fiumi con i loro muschi e le loro luci, alle rocce, alle colline, alle piante, alle gole e valli…

Naturalmente si tratta di un ideale lontano, la ceramica essendo soprattutto una scuola di umiltà, e in realtà il percorso in sé è molto più importante del risultato sperato.

Con il mio lavoro mi sento nel contempo partecipe e osservatrice delle forze della natura, plasmo la terra dimenticando me stessa per ritrovarmi io stessa plasmata.

 

 

Myriam Maier

marzo 2006


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